venerdì 15 marzo 2013

Vita di classe: "Ma lei è un damanhur ?"


"Prof ma lei è un damanhur ?"
La domanda giunge, improvvisa, quasi al termine di una lezione. L'allievo è un giovane sveglio, molto più di quanto certe carte bollate certificheranno mai. Merita quindi un'attenzione ben superiore alla voglia istintiva di liquidare la domanda con un'occhiataccia.

"Perchè ?", chiedo perplesso, per fargli capire che si sta muovendo su un campo minato.


"Sa con quel nome, Leproni, pensavo..." continua lui, tranquillamente, ma fissandomi dritto negli occhi, senza timore. E' sincero, non sta facendo il furbo. I compagni assistono in silenzio, trattenendo, a fatica, le risate (comprensibili) ma che potrebbero essere mal giudicate. La tentazione di rispondere in modo brusco è forte, quella di riderci sopra pure (classico caso di situazione in cui non si sa se sorridere o arrabbiarsi), ma lo è anche la percezione della logica che c'è dietro la domanda. Infatti i residenti della comunità spirituale di Baldissero hanno nomi quali "Coccinella", "Orso", "Locusta".

"A parte che quello che hai detto è un cognome, cosa vuoi dire ?", indago
"Sa che hanno nomi strani e fanno cose strane"...
Osservo il comportamento degli altri e vedo che non tutti conoscono la vicenda. Ecco la via d'uscita: spingere il giovane a fare una descrizione di ciò che sa per raccontare e informare i suoi compagni, smontando eventuali luoghi comuni.

"Cose strane ? cosa vuole dire ?"
"Fanno cose...riti, guardano le piante...e poi forse trafficano anche con l'elettricità"
"In effetti fanno anche impianti fotovoltaici e hanno un rapporto particolare con la natura e Dio"
A quel punto incoraggiato, continua a parlare. Se la cava, tutto sommato, benino nel raccontare ciò che sa.

Morale: se si ascolta con mente aperta, anche le provocazioni più strane possono diventare uno strumento per fare lezione. E questi ragazzi sono forse persino più svegli di quanto non fossimo noi alla loro età...


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