...nelle lezioni. C'è un programma da seguire più che un obiettivo da raggiungere. L'apprendimento effettivo del discente è un vero e proprio post-it nell'anima, conta solo la riga che si scrive sul registro e il numero nella colonna dei voti. Ciò che si è imparato in fin dei conti è "un affaire" dei ragazzi. Indifferenza da sopravvivenza: pretendere che tutti imparino qualcosa è utopia. Peccato che sia lo scopo della scuola e anche del "Formatore Ideale", quel tizio che dovrebbe fare questo mestiere più perchè ci crede che per lo stipendio.
A Reggio Emilia, Alberto Vellani ha provato a utilizzare facebook come risorsa didattica:
"Il dramma che ogni giorno si vive a scuola: la distanza fra la cultura scolastica e la cultura giovanile; noi prof che spezzettiamo tutto in discipline e non sappiamo mai cosa il nostro collega stia facendo, o mai che nessuno ti venga a chiedere cosa stai facendo: barra dritto e si tira avanti sul fantomatico programma".
Cedere a questo discorso fa molto "vecchia scuola". E non mi va. Sarà che "dall'altro lato della cattedra" sono arrivato tardi anagraficamente e quasi per caso, dopo una lunga esperienza prima nei giornali poi negli uffici stampa e nelle multinazionali, ma se c'è una cosa a cui non mi sono mai rassegnato è a essere isola di solitudine in ambito lavorativo. Nel mondo anglosassone, e non solo, un'idea di questo tipo è quanto di più alieno ci possa essere, tanto è vero che sia Tim Sanders, nel suo "L'Amore è la killer app", che Robert Sutton, in "Il metodo anti-stronzi", hanno illustrato i vantaggi di un efficace condivisione di contenuti in ambito lavorativo e quanto sia più produttivo per l'azienda stessa creare un ambiente civile di lavoro. Tu chiamala se vuoi comunicazione interna. Questa sconosciuta.
Batto spesso su questo aspetto nei corsi di formazione professionale in azienda. La comunicazione interna nell'impresa come a scuola non è gossip, ma scambio di informazioni pratiche. Il famoso know-how interno, che permette di crescere insieme nella formazione e nel lavoro, non è sapere chi è cornuto e chi interista, ma a quale progetto sta lavorando il tizio dell'ufficio di fronte che si incrocia solo di sfuggita in mensa o all'uscita. La stessa cosa vale per la scuola.
La formazione, infatti, richiede un lavoro di team, di gruppo, se si vuole essere efficaci.
Quando, ci siamo incontrati con i colleghi Davide Didier e Maurizio Petrocco, abbiamo lavorato variando l'approccio classico al mondo dell'accoglienza in un negozio. Risultato le prime a essere soddisfatte sono state le ragazze coinvolte. Io seguivo il discorso di italiano e di educazione civica, Didier quello sull'accoglienza teorica, Petrocco la gestione pratica in negozio. Il tutto coordinato da un'altra collega che badava all'aspetto psicologico. Ci siam parlati un po' all'inizio dell'anno scolastico, quando ci siamo incrociati nel cambio dell'ora, si è scoperto di condividere lo stesso orizzonte formativo che, aiutato da un immediata e istintiva empatia (che non guasta mai), ci ha portato a varare un progetto di lavoro "affinato in itinere" durante tutto l'anno scolastico.
Abbiam fatto qualche ora di "volontariato", partecipando a titolo gratuito alle lezioni dei colleghi e informando in tempo reale la direzione, ed è stata una delle esperienze più belle, divertenti e utili a tutti i partecipanti coinvolti. Certo, non tutte le ragazze erano entusiaste alla fine del percorso, però persino le più scettiche sono arrivate a svolgere lo stage in azienda avendo una base teorica e pratica più completa.
La solitudine si può vincere, allora, facendo sistema, con un po' di fantasia e di...divertimento.
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