In una società sempre più multiculturale il problema del
razzismo esiste eccome e ben prima che qualcuno "ai piani alti" se ne
accorgesse. Per questo uno dei primi lavori che ho quasi sempre fatto fare è stata
un'intervista a coppie, componendole anche in base all'antipatia e al grado di
pregiudizio reciproco. Il razzismo trova, infatti, terreno fertile dove abbondano l'ignoranza e la diffidenza. Non è detto che le cose cambino (e purtroppo a
distanza di mesi dall'esperimento, malgrado qualche miglioramento, la piaga è
ancora presente) però il messaggio è partito e in alcuni casi è stato recepito. Per
esempio due alunni, entrambi non italiani se non di adozione territoriale,
hanno cominciato così.
"Ti senti più brasiliano o italiano ?";"Sono fiero delle mie origini, ma mi sento italiano perchè ormai sono anni che vivo qui".
Sono compiti ineccepibili sia per contenuti che a livello grammaticale, un dato tutt'altro che scontato in molti lavori di madre lingua. Ma sono soprattutto l'essenza del multiculturalismo. Hanno un differente retroterra culturale, ovvero storie e tradizioni individuali, arrivano da luoghi diversi (le famose mille strade del canto della comunione) ma parlano una lingua comune e non è l'inglese ! ma la nostra lingua: l'italiano. Leggono, imparano e si confrontano nella nostra realtà quotidiana, ognuno la filtra in modo diverso, reagisce in modo diverso sulla base dei valori appresi anche in casa ma quando non la pensano allo stesso modo magari scatta lo sfottò, la battuta, ma non viene mai meno il rispetto reciproco. Cosa che, purtroppo, non succede ovunque.
Li guardo, li sento magari darsi del "negro di m..." o del "bianco come l'ignoranza" o ancora: "Tu stai a legge(re) come un dislessico, ma fra noi due quello vero sono io !". Ma sono prese in giro, pesanti a leggersi come a scriversi, ma chiunque li vedesse sul momento, capirebbe che si vogliono più bene loro di tanti wasp o bianchi o politici dello stesso schieramento.
Per questo quando leggo certe dichiarazioni sui giornali non posso non sentirmi a disagio e ritorno, con la memoria, a un campo di neve, in montagna, durante un ritiro spirituale dove un prete di colore, oggi tornato come missionario in Africa, disse a tre giovanotti ("bianchi come l'ignoranza") guardandoli in modo torvo:"piantatela perchè non c'è niente di peggio di un nero incazzato nero". E non rise. E gli altri abbassarono, vergognosamente, il capo.
L'idiozia e l'odio non hanno genere, solo un denominatore comune: l'ignoranza.
Ma se essa prevale è anche perchè le persone di buona volontà hanno fatto un passo di lato, cedendole il passaggio.
Sotto questo aspetto i prof occupano una posizione privilegiata, hanno cioè la possibilità di fare qualcosa di concreto. O almeno di provarci. Se vogliono.
Un aiuto può venire da quel piccolo, meraviglioso, film "Il sapore della vittoria" dedicato alla vicenda, realmente accaduta, della squadra di football dei Titans di Alexandria. In quel caso la vera vittoria non fu la conquista di un titolo sportivo ma la collaborazione fra bianchi e neri, frutto della conoscenza e del rispetto reciproco.

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